Marco Columbro, conoscitore di Stelle!

Amamma123Quando ho conosciuto il tema del Congresso, sono rimasto come stupito dall’accostamento degli argomenti: il mistero, la scienza e la pace.
Mi sono chiesto: ‘E’ una provocazione, oppure una sorta di personale convinzione filosofica, mettere insieme il mistero con la scienza? (come dire: il diavolo e l’acqua santa!)’
La scienza, per definizione, dovrebbe avere in orrore ciò che va sotto il nome di mistero.
Essa è l’emblema del ‘sapere’, del ‘conoscere’, esattamente l’opposto del mistero, che implica qualcosa di occulto, di non conosciuto. E la pace, poi, da dove dovrebbe derivare? Dal mistero, da ciò che non si conosce? Mentre, per quanto riguarda la scienza, è pur vero che ha portato grandi mutamenti nell’umanità, anche se non mi risulta che abbia ancora eliminato le guerre, piccole e grandi che siano. Le mie perplessità iniziali hanno però provocato una sorta di curiosità e di interesse nel tentare di scoprire se tra mistero, scienza e pace ci potesse essere un qualche legame. La mia attenzione si è così concentrata per prima sulla parola ‘mistero’. Essa suscita in genere una sorta di disagio, di diffidenza o, al contrario, diventa uno strumento di passiva accettazione nel momento in cui si partecipa come fedeli ad una confessione religiosa, la quale spesso ci impone l’accettazione dei cosiddetti ‘misteri della fede’. Ma i misteri non soltanto privilegio di certe confessioni religiose; se vogliamo, ogni attività umana nella sua specializzazione e realizzazione è altrettanto misteriosa per il neofita, per colui che ignora completamente il meccanismo che vi sta dietro. Così pure è un mistero la forza creatrice e plasmatrice che, lavorando incessantemente nella natura, si manifesta nella realtà umana restandone pur sempre indipendente. Si pensi allo sbocciare di una rosa in primavera, alla molteplicità di forme e colori nelle farfalle, sino alla formazione dei cristalli che nelle profondità della terra si sviluppano seguendo linee geometriche perfette. Pensiamo agli immensi spazi siderali dove i Pianeti, nel loro moto incessante, seguono perennemente precise leggi che l’uomo ha scoperto solo nell’effetto, mentre la causa resta per lui ancora un ‘mistero’.
E l’elenco di ciò che di misterioso avvolge la nostra vita quotidiana è come una lunghissima catena, di cui l’uomo stesso non è che un anello. Proprio per questo senso di mistero di cui è intessuta da sempre la storia. Sin dall’antichità nacquero luoghi, considerati sacri, nei quali all’uomo, ‘ignorante’, venivano svelati determinati misteri sulla natura, sulla vita e sulla morte. Questa sedi di misteri sorsero in determinati punti del nostro Pianeta, con il compito di guidare la nascente umanità sulla lunga e difficile via della conoscenza. Dai sette santi Rishi dell’antica India, al persiano Zoroastro, ad Ermete in Egitto, a Mosè, a Pitagora. Da essi l’umanità tutta attinse una sapienza infinita. Questi grandi maestri e iniziati svolsero un duplice ruolo in seno all’umanità. Innanzitutto da quei luoghi impartivano i loro insegnamenti per il popolo, per il nucleo sociale, e fu così che sfociò quel grande fiume che, poi ramificandosi per tutto il Pianeta, dette vita alle varie confessioni religiose, solo apparentemente diverse l’una dall’altra, ma in realtà unite nella loro essenza più profonda. L’altro ruolo svolto dai grandi centri di ‘misteri’ dell’antichità fu quello di tramandare la scienza iniziativa nella sua forma più pura direttamente al discepolo, che diveniva esso stesso un iniziato ai così detti ‘piccoli’ e ‘grandi misteri’.
Quest’ultimo percorso, a differenza del primo, era esclusivamente individuale. Al discepolo infatti non veniva richiesto nessun atto di fede né di sottomissione nei riguardi di nessun Dio, ma solo la semplice accettazione dell’aforisma ‘Conosci te stesso’. A questo corrispondeva specularmente il secondo, che recitava: ‘Solo così potrai conoscere Dio’.
Il percorso della via iniziatica, in quelle antiche sedi di misteri, era realmente un viaggio che portava il discepolo a sperimentare e a conoscere interiormente i grandi misteri della vita. Ebbene: che ne è oggi di tutta la saggezza che queste grandi anime donarono all’umanità? Di questa duplice corrente, che per migliaia di secoli ha alimentato l’umanità, oggi rimane pressoché intatta quella che potremmo definire la corrente exoterica: essa si rivolge, come allora, esclusivamente al nucleo sociale, e si esprime nelle differenti confessioni religiose. Dell’altra corrente, più sotterranea, e che possiamo definire esoterica, rimane solo una piccola parte che, anche se in forma diversa, perpetua il proprio compito di corrente iniziatica. La parte più consistente di essa è stata a poco a poco soppiantata da un’altra forma di religione: la religione della materia, che preso il nome di ‘scienza’. Alle sedi di misteri dell’antichità si sono così sostituite le scuole, le accademie, le università, e l’antico aforisma ‘Conosci te stesso’ è stato sostituito dal più pragmatico: ‘Conosci tutto ciò che è fuori di te’.
L’uomo, con la sua mente, la sua intelligenza e la sua creatività, da oggetto di ricerca si è trasformato in mero strumento per la ricerca. La nascita della ‘scienza’ ha fatto sì che l’uomo rivolgesse tutta la sua creatività e tutto il suo interesse non più dalla propria interiorità verso l’esterno, ma solo ed esclusivamente fuori da se stesso. Questo moto univoco, verso una sola direzione, il ‘fuori da sé’, ha creato una corrente che a poco a poco ha come inesorabilmente svuotato l’uomo dei suoi contenuti spirituali.
L’uomo è diventato come un contenitore vuoto con le finestre che guardano sempre e solo in una direzione, verso l’esterno. La compensazione di questo squilibrio ha fatto sì che l’uomo si desse alla iperproduzione di oggetti materiali con l’illusoria convinzione di controbilanciare il vuoto interiore creatosi in lui. Da qui le grandi scoperte di leggi e di forze che governano la materia, i passi da gigante nel campo della meccanica e della tecnologia, e lo sprofondare nella ricerca del sempre più piccolo, dell’indivisibile, come una caduta a peso morto in un pozzo senza fondo. Ma, ad un certo punto, il cervello umano, il suo sistema nervoso, non bastano più al ‘ricercatore’ per questa univoca e affannosa ricerca nei meandri della materia; ecco che l’uomo ha bisogno di un cervello e di un sistema nervoso artificiali, esterni al ‘sé’. Nasce l’era della macchina pensante, dell’intelligenza artificiale. E l’uomo a questo punto che cosa è diventato? Un semplice pezzo di carne con processi biochimici e funzioni più o meno vitali, al quale se necessario si sostituiscono le parti malfunzionanti. L’uomo, prima è stato svuotato dei suoi contenuti spirituali, poi è stato ridotto né più, ne meno, ad una macchina.
Ecco cos’è l’uomo per la scienza, oggi. Se è vero che la religione può essere l’oppio dei popoli, è altrettanto vero che la scienza può esserne l’abbruttimento. Ciò accade nel momento in cui essa ottunde quella luce interiore che risplende in ogni essere umano, per ridurlo a semplice macchina. La parola religione ha la sua radice nel verbo latino ‘ligare’, che significa unire, congiungere; quindi una religione perde il suo intimo compito se non diventa un reale strumento attraverso il quale l’uomo si sente di nuovo ‘riunito’, ‘ricongiunto’ a quel qualcosa dal quale evidentemente si è staccato. La religione svolge questo ruolo nel momento in cui infonde nell’uomo il senso del ‘sacro’, inteso come sentimento che trascenda l’umano. Di contro, il ruolo sociale della scienza è sì quello di indagare il mondo, però senza mai perdere di vista il ‘senso dell’umano’, che deve costantemente permeare ogni ricerca in qualsiasi campo essa si svolga. L’Irlanda, il Libano, sino al fanatico integralismo islamico, testimoniano come la confessione religiosa privata della sua intrinseca sacralità diventi uno strumento di odio, di lotta e di separatismo, invece che uno strumento di unione, di reciproca comprensione, di pace. Nei grandi centri di misteri, al discepolo veniva insegnato, tra l’altro, che l’uomo è portatore di tre sostanziali qualità interiori: il pensare, il sentire e il volere. Questi sono come tre arti interiori di cui l’uomo si serve per agire nel mondo esterno. Anche se essi vivono nell’intimo dell’uomo in modo distinto e differenziato, il loro effetto esterno non è che la risultanza dei tre. Però può accadere che vi sia il predominio di una qualità sulle altre due. Per cui, quando in una persona prevale soprattutto il pensare, ecco che allora abbiamo con un tipo che oggi va per la maggiore che, per il suo notevole talento al presenzialismo, e un po’ come il prezzemolo: è ‘l’intellettuale’. La cerebralità è il suo punto di forza, mentre il sentire diventa un aspetto puramente meccanico asservito all’intelletto. Oggi è l’Era di questo tipo di pensatori, per lo più freddi, distaccati, riduzionisti, che dovrebbero sostituire i filosofi di un tempo e che possono essere definiti, tout court, ‘tutta testa’.
Quando invece è il sentire ad essere più sviluppato, abbiamo spesso a che fare con persone che tendono a sfuggire la realtà che li circonda e a rifugiarsi in un mondo che li protegge dalle loro ansie e paure. L’eccessivo sentimentalismo può sfociare in forme di falso misticismo, cosi come il fanatismo di ogni sorta è il loro aspetto peggiore. Infine, quando è il volere che governa sul sentire e sul pensare, allora la sete di potere e l’egoismo diventano i tratti caratteristici che colorano la vita di questo tipo di persone. Oggi noi viviamo in un’epoca in cui la specializzazione è l’elemento fondamentale della nostra struttura sociale; quindi questo predominio abnorme, del pensare o del sentire o del volere, sia pure nella sua schematicità, diventa uno specchio dei tempi. Se l’uomo oggi vuole ritrovare il punto di equilibrio tra Cielo e Terra deve riempire il suo crescente vuoto interiore. Questo vuoto può essere colmato, da un lato, se l’uomo vive il proprio impulso sociale alla libertà completato col sentimento di appartenenza al cosmo; dall’altro lato ‘la scienza esteriore’ deve essere abbinata alla conoscenza spirituale dell’uomo. Per realizzare questi due principi è assolutamente indispensabile imparare a sviluppare un giusto equilibrio tra pensare, sentire e volere. Questo processo, che non deve essere un punto di arrivo ma di partenza per un sempre più elevato e globale sviluppo umano, può essere sintetizzato nelle parole di un grande filosofo e maestro, Rudolf Steiner: ‘Chiarezza nel pensare, interiorità nel sentire, padronanza di sé nel volere. Se io mi sforzo posso sperare, guidarmi il meglio possibile sui sentieri della vita davanti ai cuori umani nel cerchio dei doveri. Affinché la chiarezza sgorghi dalla luce dell’anima, l’interiorità conservi il calore spirituale, la padronanza dell’Io fortifichi la forza vitale; e tutte insieme, con la fiducia in Dio, ci assicurino un retto cammino sulle strade della vita. ’

Marco Columbro, La Scienza ha bisogno del senso del Sacro, Ottobre 1989