Paracelso, l'ultimo alchimista!

Tracce di una visione sistematica della medicina da parte di Paracelso sono già presenti nelle sue primissime opere, quali il Volumen Medicinae paramirum (ca. 1520, da non confondersi con il grandioso Opus Paramirum che seguì il Paragrano nel 1530).
Qui afferma che esistono cinque ‘principi attivi’, i cinque entità, che influenzano il corpo umano e danno luogo alla malattia:

  • Ens astrorum, la ‘virtù delle stelle’;
  • Ens veneni, avvelenamento o alterazione del metabolismo;
  • Ens naturale, la costituzione naturale di una persona;
  • Ens spirituale, che provoca ‘malattie dello spiritò come quelle mentali;
  • Ens dei, malattie inviate da Dio.

Il primo di questi, l’importanza delle stelle e dei pianeti, era un concetto già largamente diffuso: ‘E’ stato sperimentato e provato più volte’, scriveva Jean d’Indagine nel suo testo sulla chiromanzia e la fisionomia nel 1575 ‘che ciò che molti medici non saprebbero curare o guarire con le loro più grandi e possenti medicine, l’astronomo è in grado di vincere con una semplice erba, osservando i movimenti delle stelle’.

Gli astrologi tracciavano oroscopi per le diagnosi, predicevano i momenti più propizi della cura, e pronosticavano l’andamento del travaglio di una donna incinta e il sesso del bambino.
‘Il medico che non capisce l’astronomia non può essere un medico completo’, sosteneva Paracelso nella sua principale opera sull’argomento, Astronomia Magna (1537 – 38) ‘perché oltre la metà di tutti i mali è governata dai cieli. ’
Il potere delle stelle, precisa, è trasmesso meccanicamente tramite l’emissione di ‘vapori’ che penetrano nel mondo e ne influenzano la natura, e alcune di queste ‘esalazioni’ provocano malattie; non c’è nulla di notevole in questi veleni astrali, che sono affini a quelli già familiari al dottore: sono simili all’arsenico rosso che avvelena il sangue, ai veleni mercurici che affliggono la testa, all’orpimento (solfuro d’arsenico) che causa idropisia e tumori, e quindi il medico può combatterli con rimedi chimici e annullare i funesti presagi delle stelle. Ora Paracelso riassume in una visione scientifica il carattere astrologico dell’eziologia; i principi che operano nei cieli sono diversi da quelli che operano sulla Terra.
I veleni possono avere anche un’origine terrestre: per esempio, sono nascosti nel cibo, dove vengono identificati con l’ens veleni. In questa classe di malattie si può cominciare a discernere il delinearsi di una rudimentale biochimica: infatti Paracelso ipotizza, con un’intuizione brillante e originale, che nel processo di indigestione e digestione sia in atto una sorta di alchimia.
Si è visto come l’alchimia abbia origine dalla metallurgia, e a prima vista ciò può suggerire che non abbia nulla da spartire con gli organismi viventi. In epoca prescientifica, però, non sussisteva una chiara divisione fra il mondo inorganico e quelle vitale, poiché si riteneva che perfino i metalli possedessero una specie di ‘vita’ rallentata e apatica, e si pensava che maturassero e imputridissero nella terra proprio come il frutto sul ramo. Fu certamente questa immagine vitalistica dell’universo che permise a Paracelso di costruire quanto si potrebbe definire una bioalchimia, di intuire che esiste una reazione chimica tra uomo e universo.
Un generico animismo naturale non avrebbe aggiunto non avrebbe aggiunto nulla di nuovo, tuttavia Paracelso sviluppò ulteriormente l’idea descrivendo dettagliatamente le corrispondenze fra i processi chimici che avvenivano nelle storte e negli alambicchi dell’alchimista e quelli che avvenivano nel corpo: i corpo umano, affermava, era esso stesso un laboratorio alchimistico.
Spesso è stato suggerito che la rivoluzione scientifica sostituì l’uomo in quanto essere spirituale con l’uomo in quanto essere meccanico: un sistema di pompe e leve. Secondo Girolamo Fabrizio di Acquapendente, insegnante di William Harvey all’Università di Padova, ‘il meccanismo che la natura ha immaginato è stranamente simile a quello che i mezzo artificiali hanno prodotto negli ingranaggi dei mulini. ’ Lo stesso Harvey concepiva il cuore come una pompa o un mantice di acqua, ma l’uomo alchemico di Paracelso si pone fra i due estremi di spirito e materia, ed è più di ognuno dei due. Potrebbe sembrare che la sua visione del corpo come serie di recipienti chimici che scaldano, distillano, sublimano e raffinano il loro contenuto sia meccanica e inanimata proprio come gli ingranaggi di Fabrizio; tuttavia va ricordato che i recipienti del laboratorio alchimistico erano considerati essi stessi come ospiti di un processo tanti spirituale quanto materiale; non c’era una distinzione netta (o meglio, la distinzione era sottile) fra lo spirito di vino (alcol) condensato in un distillatore, e lo spirito dell’uomo: entrambi erano essenze purificate di qualcosa si materiale e terreno.
Agli occhi di Paracelso la purificazione per separazione era l’essenza dell’alchimia: ‘L’alchimia’, dice ‘ è soltanto l’arte che rende l’impuro puro tramite il fuoco, può separare l’utile dall’inutile e tramutarlo nella sua sostanza finale e nella sua essenza ultima. ’
E proprio come chi si dedica all’alchimia per ottenere questi risultati e quindi creare oro o medicine nel suo laboratorio, così all’interno dell’uomo c’è un alchimista il cui compito è di separare nel cibo gli elementi che nutrono da quelli che avvelenano. Paracelso chiava questo alchimista archeus.
‘Non esiste veleno nel corpo’, spiega Paracelso nel Volumen Medicinae paramirum, ‘ma il veleno si trova in quanto lo assumiamo come nutrimento. Il corpo è una creazione perfetta, ma il cibo non lo è. Frutta e altri animali sono il nostro cibo, ma per noi sono anche un veleno, come avveniva anche troppo spesso a quell’epoca, in cui poco potevano permettersi di gettar via un pezzo di carne solo perché era maleodorante.
Poiché ogni cosa in sé è perfetta, ma per un’altra è sia un veleno che un beneficio, Dio ha utilizzato un alchimista abilissimo nel dividere in due: il veleno nel suo sacco, la parte buona nel corpo. Proprio come un principe sa come utilizzare le qualità migliori dei suoi servitori e trascura le altre, così l’alchimista usa le buone qualità del nostro cibo per il nutrimento ed espelle le sostanze che ci danneggerebbero. ’
E’ l’archeus che svolge queste funzioni più importanti per la vita; risiede nello stomaco, e sa come formare la carne da ciò che è utile al cibo, rifiutando quanto è nocivo: ‘L’alchimista prende il buono e lo cambia in una tintura che invia attraverso il corpo affinché diventi sangue e carne. Abita nello stomaco, dove cuoce e lavora. L’uomo mangia un pezzo di carne in cui c’è sia buono sia cattivo; quando questa raggiunge lo stomaco, l’alchimista la divide: ciò che non riguarda la salute lo getta via in un posto speciale, e manda il buono ovunque sia necessario. Queste sono la virtù e il potere dell’alchimista nell’uomo. ’

Philip Ball, Paracelso, l’ultimo alchimista, Rizzoli