Il Cerchio d'Oro!

Cerchio Oro.jpgAnche quel giorno, Fiore era solo. La madre, le sorelle erano nei campi a pulire i grani; i fratelli dietro la madre, il padre al mercato: chi qua, chi là, per accrescere fortuna alla casa.
Egli disteso nel suo lettuccio, attendeva in pace.
Il ciliegio era fiorito contro alla finestra di lui, eran più fiori che foglie, e, fra questi fiori, saltabeccavano i passeri arguti. Il fanciullo si addormentava con quella visione negli occhi e che si sognasse lo sapeva il sorriso errante per la sua pallida faccia bene adorna di riccioli neri.
Vegliava nel suo silenzio quel giorno piccolo Fiore e già, col sole morituro, si raccoglievan gli uomini alle loro capanne allorché intese dall’aia sottostante una profonda voce a lui carissima.
-Dorme Fiorello, o veglia? Si può salire a salutar gli amici?
Fiore raccolse tutto il suo fiato per gridare: ‘Vieni, vieni che ti aspetto da tanto tempo! ’
E la voce profonda riprese:
‘C’è qua tutta la compagnia che vorrebbe vederti, può salire? ’
‘Venite, venite tutti! ’, rispose Fiore.

E salirono, si strinsero attorno al lettuccio, baciarono l’adolescente, gli dissero mille cose scomposte. Una bimba che aveva portato due rose di macchia le depose sul letto e fece il color della brace per quel suo gesto gentile. Fiore vide le rose e sorrise. Gli rammentarono i nidi degli usignoli tra le siepi. E l’anziano, l’uomo dai capelli bianchi, il padre spirituale di tutta la brigata, si era soffermato sulla soglia profondamente commosso da quella gentilezza.
‘Perché non vieni vicino a me? ’
‘Io sono vecchio, rimango quaggiù’ – rispose Giovanni.
‘Vieni con noi, vieni con noi! ’, gridarono i monelli; e gli furono attorno e lo presero per le mani e lo sospinsero: ‘Qui… qui devi sedere! Al tuo posto, al tuo posto, vicino a Fiorello, cosi! ’
Giovanni si lasciò condurre sorridendo. Gli pareva di esser portato in aria da un volo di usignoli. Poi sedette e tutti gli furono intorno; i più piccini gli si aggrapparono alle ginocchia, i grandicelli lo guardarono con occhi ansiosi e imploranti.
Disse Fiore: ‘Se molto stanco, Giovanni? ’
‘No, figliuolo mio, e perché? ’
‘Il perché lo sai…’
E tutti, gridando: ‘Si, si! Il perché lo sai… lo sai! ’
Giovanni minacciò con la mano gli assalitori, poi disse a Fiore: ‘Ma non ti stancherai a sentir parlare? ’
‘No, anzi, sarà un riposo. Ti aspetto da tanto tempo! ’
‘Ed io sono venuto. Eccomi qua ai tuoi ordini, Fiorinello. Ascoltami, dunque. ’
E cominciò: ‘In un’età molto giovane la terra era tutta un giardino e allora né tu, né io, né i nostri nonni, né i nonni erano al mondo. Vivevano allora ventiquattro sorelle, le quali, sole sole, potevano godere di tanta delizia.
Erano figlie del Re Tempo che vive negli spazi, tra le Stelle. Vive e non è mai nato e non può morire. Per lui i mondi appaiono e scompaiono nel cielo come per noi le gocciole d’acqua in un giorno di pioggia.
Le ventiquattro sorelle si chiamavano con nomi un po’ simili: Orabianca, Orabella, Oraserena, e vagavano sotto il sole che mai non tramontava. Come il padre loro erano esse immortali e vive di una eterna giovinezza. Non avevano legge allora e non avevano freno; correvano all’impazzata per gli interminati giardini, sostavano alle fonti, valicavano le montagne, scorrevano sui verdi mari immutabilmente sereni, mari senza vele e senza porti, perché, come vi ho detto, l’uomo non era nato in quell’età lontano, dormiva tuttavia in grembo all’eternità.
Le figlie del Tempo erano bionde e belle come tutte le creature di Dio erano nate d’amore; erano innocenti ed ignare, e se ne andavano ignude senza vergogna. Passavano turbinando nella loro festosità da orizzonte ad orizzonte, ristavano sulle cime dei monti come l’aurora per noi, precipitavano a valle viva fiumana d’oro, guizzante come un baleno nell’aria serena. I loro lunghi capelli color di sole si accendevano di luce, brillavano nei cieli, nelle selve, lungo i ruscelli, perché le figlie del Re Tempo non riposavano mai.
Il padre aveva detto loro mandandole sulla Terra:
‘Tutto il regno è vostro, nulla vi sarà vietato laggiù, solo al termine di una selva verso le montagne estreme troverete una grande porta nera, costellata di diamanti; non vi soffermate su quella soglia, figliuole mie, non bussate a quella porta taciturna, ve ne incoglierebbe male, predereste la fiera libertà di cui io, padre vostro, vi faccio regine. Non vi seduca il mistero, vivete in pace nella serenità del dominio che vi concedo.
E le ventiquattro sorelle, fino al giorno del quale vi parlo, non erano penetrate nella selva delle lontane montagne, vivevano tranquille secondo il comandamento del padre loro, rincorrendo le cerbiatte nei prati vastissimi, elevandosi nell’aria fra sciami di bianche colombe.
Ma un giorno, Orapensosa, la quale fra tutte le sorelle era la meno gaia, chiamò Orabianca e le disse:
‘Il nostro regno è bello, è grande, non ha forse il compagno, questo, questo è vero; ma perché non possiamo giungere alla gran porta taciturna? Perché non possiamo bussare a quella porta? Che ci sarà mai al di là? Io mi struggo, io morirò se non potrò sapere il segreto, che ci è vietato: vuoi che andiamo, Orabianca? Vuoi che proviamo? Nessuno ci vedrà, nessuno saprà nulla. ’
Orabianca pensò un poco, poi rispose: ‘Andiamo. ’
Si posero in cammino, attraversarono la grande selva selvaggia sulle ultime montagne della terra, giunsero alla porta taciturna, tutta nera, costellata di diamanti. C’era intorno un silenzio sepolcrale. Il sole pareva più pallido e più lontano.
‘Io non busso! ’, disse Orabianca.
Orapensosa si avvicinò alla soglia, che il cuore le batteva forte quasi a spezzarsi, ristette perplessa, guardò la sorella, poi bussò alla porta nera: ‘Top, top, top! ’
‘Chi è? ’, chiese una voce cupa.
‘Sono io, Orapensosa. ’
E la porta si aprì. La luce del sole scomparve. Ritta sulla soglia stava la figura di una donna avvolta in veli neri e dietro di lei si distendeva la gran volta del cielo notturno cosparso di stelle.
Orapensosa rabbrividì e fece per ritirarsi, ma la sconosciuta dagli occhi nerissimi la trattenne dolcemente e le disse: ‘Io sono la Notte. Da lungo tempo ti aspettavo, che tu sia la benvenuta. Vieni, ti apro il mio regno che è grande quanto quello che tuo padre ti aveva assegnato: solo, da oggi in poi, non potrai più rivedere il sole! ’
E trasse Orapensosa sotto la volta stellare e la porta nera si richiuse in silenzio.
Orabianca fuggì spaventata, fuggì per miglia e miglia finchè raggiunse le sorelle. Le trovò in un prato fiorito di gigli. Danzavano tenendosi per mano tutte allacciate l’una all’altra e ridevano. Pareva un volo biondo nel sole e lucevano i denti e le bocche rosse nel riso. Non appena videro Orabianca ristettero stupite a guardarla.
‘Che hai fatto, Orabianca, che hai fatto? ’
Orabianca si guardò i capelli, erano diventati neri come l’ebano.
Quando riprese fiato raccontò alle sorelle quale era stata la sorte di Orapensosa.
‘Che faremo? Che ne sarà di noi? ’, si chiesero le fanciulle.
‘Che diremo a nostro padre quando ci chiederà della sorella perduta? ’
Non sapevano prendere una risoluzione, allorché Oradiluna si fece innanzi e disse: ‘Noi non possiamo abbandonare la nostra sorella; se ella ha sbagliato, bisogna aiutarla. Cercheremo di ricondurla tra noi, altrimenti le terremo compagnia nel Regno della Notte. Io vado, chi viene con me? ’
‘Ti perderai per sempre! ’, le gridò Oraserena.
‘La nostra gioia sarà finita! ’
Oradiluna non ascoltò il consiglio. Riprese: ‘Chi viene con me? ’
Allora dieci fanciulle si distaccarono dal gruppo e la seguirono. Andavano a raggiungere Orapensosa nel regno della Notte.
Si dissero addio piangendo, salutarono il sole e varcarono la porta taciturna.
Allora Re Tempo discese dagli spazi, chiamò le figlie piangenti, quelle che erano rimaste sotto il sole e disse loro: ‘ Voi mi avete disubbidito e il regno della felicità è finito per voi e per la Terra vostra. ’
Poi tracciò un gran cerchio d’oro intorno al mondo e disse ancora alle figlie: ‘ Non avete saputo godere della libertà che vi avevo data, ora ecco lassù la strada per la quale dovrete rincorrere eternamente le dodici sorelle entrate nel Regno della Notte; ed esse inseguiranno voi senza riposo.
E, dicendo ciò, le lanciò al volo nel gran cerchio d’oro nel quale scomparvero, turbinando.
Fu da quel giorno, figliuoli miei, che si iniziò la vicenda del giorno e della notte e da quel giorno le ventiquattro sorelle, le Ore, figlie del Tempo, si rincorrono sempre senza raggiungersi mai nel gran cerchio d’oro che cinge la Terra.
Giovanni tacque, Fiore sorrideva guardando le stelle; tutti i fanciulli guardavano lassù, quasi cercassero Orapensosa tra le costellazioni.

Antonio Beltramelli, Il meglio del Corriere dei Piccoli, 1908 – 1912