La Luna mangia le pietre?

La Luna mangia le pietre?
Sia che si tratti dell’argento o della selenite, le superstizioni che vi si ricollegano risalgono indiscutibilmente ai dotti dell’antichità: maghi, astrologi, alchimisti, enciclopedisti; ma c’è dell’altro la cui origine sempre essere molto più recente.
Antoine Mizauld, al quale bisogna sempre rivolgersi quando si tratta della Luna e delle sue prodezze, appoggiandosi qui ai detti degli architetti e dei capomastro afferma che le pietre e le opere in miniatura esposte alla Luna dal lato del mezzogiorno si usurano maggiormente di quelle esposte verso Nord. Non ho trovato nulla di simile in Vitruvio e non so chi furono gli architetti e i muratori dai quali egli apprese un così bel segreto; ma in compenso non posso ignorare che la gente del popolo tradusse in un linguaggio più animista la sua teoria e disse semplicemente: la Luna mangia le pietre.
Questa credenza incontrò tanti di quei seguaci che J.B. Salgues si ritenne costretto a combatterla nel suo trattato ‘Errori e pregiudizi’:

‘C’è certa gente che pretende che la Luna rassomigli a Saturno, che sia fornita di uno straordinario appetito; che il suo stomaco, come quello dello struzzo, digerisca le pietre. Si incontrano pochi uomini nelle classi volgari della società che, vedendo il frontespizio, le basi e le colonne di un edificio tarlato, non vi dicano che è la Luna che si è divertita a dilaniare questo povero immobile e che i suoi raggi sono provvisti di un’avidità così viva, che non c’è arenaria né marmo che possa resisterle. Sapevo che la Luna vomitava pietre, che di tanto in tanto essa le inviava sul nostro piccolo globo; degli studiosi di matematica si erano preso la pena di dimostrarci questa verità per mezzo di A + B; ma non sapevo che si trattava di una restituzione che essa di aveva fatto, una specie di capitolazione della coscienza che l’impegnava a renderci quel che ci aveva rapito…
Una delle più antiche osservazioni fatte al riguardo è quella del fisico de Lavoye che la comunicò al celebre Auzout nel 1666; egli aveva notato che un grande muro di pietre di misura, situate verso mezzogiorno e facente parte dell’Abbazia dei Benedettini di Caen, era così mutilato, così pieno di cavità da poterci infilare la mano in lungo e in largo nelle sue sinuosità. Egli volle esaminare la causa di questo fenomeno, e scoprì che esso proveniva dal lavoro di una considerevole quantità di insetti che alloggiavano nelle sue cavità e giorno per giorno le approfondivano.
Per potersene accertare in maniera costante e senz’ombra di dubbio, staccò una di queste pietre e la depose in una scatola con un certo numero di piccoli vermi che veniva a scoprire; egli conservò la pietra per otto giorni, dopo aver constatato accuratamente lo stato in cui si trovava; al termine degli otto giorni, i piccoli vermi erano in perfette condizioni, avevano vissuto agiatamente a spese della pietra, che era molto deperita. Egli spedì il tutto ad Auzout che continuò gli esperimenti e ottenne gli stessi risultati.
Ma quali sono i costumi, le abitudini, l’aspetto di questi piccoli insetti? E quanto ci si è impegnati ad esaminare sotto il punto di vista semplice e al microscopio. Immaginatevi una specie di eremita che vive rinchiuso nel suo guscio, questo guscio è all’incirca grande quanto un granello di orzo, più largo nella sua parte anteriore, più stretto nella sua parte inferiore, aperto alle due estremità, da un lato per lasciar passare la testa dell’insetto, dall’altra per facilitare il gioco delle evacuazioni.
Sebbene questo insetto rimanga abitudinariamente nella sua casa, al riparo dai venti e dalla pioggia, tuttavia qualche volta egli si offre il piacere di una passeggiata. Allora lo si può esaminare con comodo: la sua taglia è di circa 4 mm di lunghezza e di quasi 1 mm di larghezza; il suo colore è nero e bronzeo; il suo corpo è diviso in anelli; si muove su sei zampe sistemate presso la testa e divise in due falangi. Quando cammina, si attacca dapprima alla pietra, con l’aiuto delle sue zampe solleva il corpo, lo ripiega e avanza così gradualmente, come lo fanno alcune specie di bruchi; è un po’ appiattito e segnato da parecchie macchie, come la placca cornea della tartaruga; l’apertura della bocca è grande e armata di quattro mandibole piazzate in croce e che si aprono e si chiudono alternativamente, come un compasso a quattro braccia. Le mandibole laterali sono nere; la superiore e l’inferiore sono di un colore grigiastro mescolato al rosso; ma l’inferiore termina inoltre con una punta liscia simile al pungiglione di un’ape; questa punta non è un’arma, ma un utensile; serve alla costruzione del guscio. L’insetto ha la capacità di produrre una sostanza glutinosa che trae dalla sua bocca con l’aiuto delle zampette. Mano a mano che questa materia fila, il vermetto la raccoglie sul pungiglione della mascella inferiore e artisticamente l’arrotola per costruire il suo guscio; ha dieci occhi neri e rotondi disposti sulle parti laterali della sua testa dove formano un angolo molto ottuso.
E’ particolarmente negli edifici esposti a mezzogiorno che questi insetti sono più comuni; è anche possibile che essi si insedino in qualche specie di pietra preferibilmente che in altre; essi vivono a lungo e sono soggetti con ogni probabilità ad una specie di metamorfosi.
Chi lo sa se, dopo aver strisciato sulla terra, essi non arriveranno come tanti altri a spiccare un volo elevato sdegnando il suolo che li ha visti nascere. ’
Aggiungiamo che, nonostante Lavoye e Auzout, gli insetti di cui ci parla Salgues non sono più colpevoli della Luna e concludiamo con un professore della Scuola Militare di Saint-Germain:
‘Ritengo si debba fare attenzione a non diffondere errori in un libro destinato a distruggerli. E’ probabile che le avarie riscontrate su certe pietre dal lato del mezzogiorno siano dovute all’azione del sole e della luna. E’ facile riconoscere, nella descrizione degli insetti scoperti da Lavoye, la larva di una tarma. Ce sono di specie diverse che costruiscono il proprio abitacolo con dei granelli di sabbia e di pietra; nulla però prova che poi li mangino. E’ probabile che la larva di Lavoye viva di licheni e di ‘bissus’, sostanze che vivono sui vecchi muri. Se questo fisico fosse stato un buon osservatore, noi conosceremmo la storia di questi vermi; egli li avrebbe visti trasformarsi in crisalidi, poi in piccole falene –tignole che ci avrebbe descritto. Reamur non avrebbe fallito. ’
Queste disquisizioni non colpirono la gente del popolo, in caso contrario non riuscirono a persuaderli che la luna non mangiava affatto le pietre. Certi Bretoni dell’Ile ed Vilaine assicurano che ogni notte la luna mangia un pezzo del menhir che si innalza a due chilometri da Dol. In realtà, la Pierre du Champ Dolent, secondo un’altra credenza, cede insensibilmente e non pare soffra delle violenze del nostro satellite, A Vire, in Normandia, i contadini prendono in giro uno di loro che voleva impossessarsi della Luna con una trappola per lupi, ma ammettono che la luna mangia le pietre del loro campanile. Questa fu un’opinione diffusa nel Bocage normanno. Nella seconda metà del XIX secolo, queste credenze erano ancora così radicate che Flammarion a sua volta, pensò di combatterle:
‘Si attribuisce alla Luna il potere di devastare i vecchi edifici. Il chiaro di luna sembra preferire le rovine e i luoghi isolati e la mente le attribuisce le devastazioni causate dalla pioggia e dal sole. Osservate le torri di Notre Dame a Parigi ed esaminate con cura il lato Sud paragonandolo a quello Nord, rileverete che il primo è senza dubbio alcuno più usurato e bucato del secondo. I guardiani vi diranno che ‘la colpa è della Luna. ’
Ora, poiché questo astro segue in Cielo lo stesso cammino del Sole, risulterà quanto mai difficile sostenere la parte di ciascuno; se però considerate che pioggia e vento arrivano esattamente dallo stesso lato, non si potrà mettere in dubbio neppure per un solo istante che sono loro gli agenti distruttori, uniti al calore solare, e che la Luna è del tutto innocente. ’
Ciononostante il prestigio della tradizione è tale che i suoi partigiani non sono del tutto scomparsi. In una memoria indirizzata alla Società Astronomica di Francia, Leon Mergier sosteneva recentemente che la luna ha una azione molto violenta.
Ecco le prove che adduce. Dei blocchi di marmo esposti al chiaro di luna dal 1920, in undici anni, hanno assunto un aspetto caratteristico. Le parti rischiarate dai raggi lunari sono risultate intaccate, come se fossero corrose da un acido. Altre invece, esposte al sole durante lo stesso tempo, hanno presentato una patina normale. Leon Mercier afferma che questa azione nociva del chiaro di luna… ‘si esercita su tutti i materiali e intonacature impiegati nel rivestimento delle costruzioni. Uno stucco imitante il marmo ha iniziato nel giro di otto mesi a scolorare. La stessa cosa è avvenuta con un cemento in cui erano stati immersi dei frammenti di marmo. ’

P. Saintyves, Astrologia Popolare e Influenza della Luna, a cura di Grazia Mirti, MEB19